Esselunga, l’impero diviso di Caprotti


Domani il funerale. Attesa per il testamento, gli eredi
pagheranno solo il 9% di tasse. Rischio di una nuova 
battaglia giudiziaria. Ai figli di primo letto il 33% del
gruppo
ANSA
Bernardo Caprotti con la moglie Giuliana e la figlia Marina

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L’addio a Bernardo Caprotti, coi funerali in forma strettamente privata, si terrà domani. Quindi si aprirà la difficile pagina della successione. L’impero di Caprotti, a cominciare dall’Esselunga controllata dalla holding Supermakets Italiani, vale 6 miliardi mal contati, come è emerso nei giorni scorsi, quando si è manifestato l’interessamento di due fondi internazionali, Cvc e Blackstone. Ma ora che il patron non c’è più, la possibile vendita dovrà attendere che l’impero venga suddiviso tra le diverse componenti della famiglia.  


Da un lato, ci sono l’ultima moglie, Giuliana Albera, e sua figlia, Marina Sylvia. Dall’altro i due figli di primo letto, avuti con Giorgina Venosta, ossia Giuseppe e Violetta. Le quote della legittima sono certe. Alla moglie andrà per lo meno il 25%, i figli si suddivideranno il 50% dell’eredità. In pratica a Giuseppe e a Violetta andrà il 16,66%, lo stesso a Marina. Che, insieme con la madre, avrà in partenza il 41,66%. Resta da capire a chi andrà la parte disponibile del 25%, oggetto del testamento che Caprotti ha depositato presso il notaio di fiducia, Carlo Marchetti. L’apertura del documento avverrà nei prossimi giorni, ma è assai difficile che le quote possano finire ai figli di primo letto che avevano ingaggiato con il padre un lungo contenzioso dopo che quest’ultimo aveva azzerato le decisioni prese nel 1996. Al tempo, con due scritture private, aveva intestato fiduciariamente al primogenito Giuseppe il 36% e alle due sorelle il 32% ciascuna. La successione è sempre stata comprensibilmente una delle ossessioni di Patron Caprotti. Ancora nel 2010, al «giro di boa degli 85 anni», dopo «un’estate tormentata» scriveva ai figli che «le cose predisposte nel ’96» sono «rimaste sempre valide». E poneva l’accento sugli immobili scorporati ne La Villata, che hanno un valore non distante dai 2 miliardi. «Qualsiasi sia il destino dell’impresa operativa - scriveva -, l’immobiliare sarà la cassaforte di famiglia per almeno un paio di generazioni. La tranquillità, la sicurezza».  


Poi tutto cambia improvvisamente. Un anno dopo con un blitz, a insaputa dei figli, Caprotti dà istruzioni alla Unione Fiduciaria «affinché vengano estinti e rimossi i mandati fiduciari» dati ai figli. Tutto torna nelle sue mani. È qui che scatta la saga giudiziaria della famiglia. Bernardo, però, nei diversi giudizi ha sempre avuto la meglio sui figli: manca solo un ultimo passaggio in Cassazione. Ma difficilmente il 25% disponibile finirà ai figli di primo letto. Andrà tutto alla moglie e a Marina? Nessuno può dirlo, fino all’apertura del testamento. Di certo i Caprotti potranno ringraziare Berlusconi: grazie a una sua legge le tasse di successione si limiteranno al 9%. Uno scherzo rispetto all’80% che Caprotti calcolava tra «successione» e «capital gain» nel ’96. E non è detto che, una volta aperto il testamento, non si apra una nuova battaglia giudiziaria. Con la quota legittima, Giuseppe e Violetta, insieme avranno il 33% e potrebbero avere un diritto di veto sulle decisioni cruciali. I potenziali compratori di Esselunga dovranno avere tanta pazienza.  

Picchiate e torturate: viaggio nell’orrore delle schiave del sesso


Partite dalla Nigeria e dall’Est vivono sotto ricatto. Maimuna salvata a Perugia dalla Giovanni XXIII
Generalmente le ragazze costrette a prostituirsi per strada sono le più sfruttate in assoluto

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Maimuna la salvano in un modo che buca il cuore. Perché la sua è una storia sbagliata che alla fine diventa giusta. O per lo meno sopportabile, perché in effetti «giusta» non può diventarlo più. Non si sa ancora quanti anni abbia. Ma presumibilmente, osservandola nella notte di questo sabato bagnato, mentre tiene gli occhi bassi nel gigantesco parcheggio di Perugia dove fino a pochi minuti fa si vendeva per trenta euro a clienti bavosi , non arriva a diciotto. È sottile, spaventata, piena di incubi e di freddo ed è evidente che oramai considera la sua bellezza una complicazione sgradita.  


Le avevano detto: sei carina, ti portiamo in Italia e ti troviamo un lavoro. Con gli occhi grandi che hai ci sarà la gara per farti fare la baby sitter. O magari l’assistente parrucchiera. Farai i soldi, aiuterai i tuoi. Gran posto l’Europa.  

È partita da Benin City quattro mesi fa. Da tre è costretta a battere per ripagare un debito di 50mila euro che non sapeva neanche di avere contratto. «O ci dai i soldi o massacriamo la tua famiglia». Intanto hanno violentato lei, che in Italia è arrivata via mare, passando dalla Libia e adesso vuole solo che tutto finisca prima che il dolore la divori.  

È diventata una delle centomila ragazze di strada vittime della tratta e del racket che si vendono per magnaccia, maman, padroni, boss e padroncini, quasi tutti controllati dalla mafia albanese, da Torino a Palermo. Il 36% di loro viene dalla Nigeria come la piccola Maimuna, il 22% dalla Romania, il 10,5% dall’Albania, il 9% dalla Bulgaria e il 7% dalla Moldavia. Le restanti sono ucraine, o magari cinesi. Le italiane (che sempre più spesso lavorano in casa) sfiorano appena l’1%. C’è crisi per tutto. Non per il commercio sessuale. Importiamo ragazzine come se fossero divani o prosciutti. Le statistiche del Rapporto Globale sul traffico di esseri umani, unite a quelle del Ministero della Giustizia fanno impressione, ma non bastano a far sì che lo Stato si muova.  

Allora si muove l’associazionismo, a partire dalla Comunità Giovanni XXIII, di Rimini, quella fondata da don Benzi e che adesso si affida a don Aldo Bonaiuto, un prete quarantenne che di don Benzi era il braccio destro e che ogni fine settimana, da quattordici anni, a mezzanotte si presenta al parcheggio di Pian di Massiano, a Perugia appunto, per fare una cosa apparentemente velleitaria: pregare. 

Organizza un grande cerchio con una trentina di amici, frati, volontari e due o tre ragazze che negli anni l’associazione ha portato via dal marciapiede, poi accende il microfono per le Ave Maria. Prima però grida: «Sisters, sisters, sisters, come here», come se stesse parlando con la notte. Invece parla alle nigeriane che per mezzora lasciano la strada, escono dal bosco e dalle macchine e si uniscono a lui cantando, arrivando alla spicciolata sotto gli occhi dei papponi che guardano torvi da lontano. Stanotte sono otto. E sembrano tutte bambine.  

Maimuna finisce per caso di fianco a Maleva, che è fragile come uno spaghetto e di anni ne ha 22 e da poco più di dodici mesi vive in una delle case della Giovanni XXIII. Anche lei viene da Benin City. Anche lei è stata violentata in Libia dopo avere attraversato il deserto nascosta sotto una coperta nel retro di un pick up. «Poi mi hanno chiuso in un compound assieme a centinaia di persone di cui non capivo la lingua, finché un giorno ci hanno detto: correte verso il mare, la barca vi aspetta. Ho sgomitato, mi sono aggrappata a una corda, sono salita a bordo. Non c’era cibo, non c’era acqua, solo il mare sterminato. Mi sono affidata a Dio, finché una nave ci ha preso a bordo vicino a Lampedusa. Mi hanno curato e dato da mangiare. E finalmente ho dormito. Poi sono scappata verso Torino. Credevo che là ci fosse il lavoro che mi avevano promesso. Invece c’era solo la strada. “Ci devi 35mila euro. Se non ce li dai indietro uccidiamo tua sorella piccola”. Piangevo. La maman, la donna che ci controllava in casa, mi ha insultato pesantemente prima di aggiungere: che piangi a fare, a tutte noi è andata così. Pensavo che volevo morire. La morte non poteva essere peggio di quello schifo. Ma è arrivato don Aldo, il mio nuovo papà. E con lui Marina, la mia mamma. E ho trovato nuove sorelle e nuova speranza. Così non voglio più morire».  

È questa la storia che racconta a Maimuna ed è come se le stesse dando dell’acqua dopo la traversata del Sahara. Anche don Aldo parla con la bambina. «Vuoi che qualche pazzo di strada distrugga la tua vita? Vuoi davvero stare dentro questo orrore? Vieni con noi. Ti proteggiamo. Ti diamo un lavoro. Ti facciamo vedere che l’Italia può essere anche un bel posto». Lei ha sul viso un’espressione molto compresa, perché sa che ogni errore le può essere fatale. Pensa. Guarda per terra. Prende il cellulare. Si allontana dicendo, «ho un debito, come posso fare?». Chiama la maman, è prigioniera. Quella le dice: «torna subito qui». Ed è come se la paralizzasse. «Che succede alla mia famiglia?», chiede Maimuna a don Aldo. «Sanno che sei in strada?». «No». «Non succederà niente a loro e se vieni con noi potrai chiamarli per raccontare che va tutto bene». Sono tante quelle che la Giovvanni XXIII ha salvato - salvato sì - ma tante sono scappate. E quando scappano è difficile che finisca bene. «Che cosa vuoi fare piccola Maimuna?».  

I bordelli olandesi  

Succede raramente che una ragazza dica di sì. Però succede. «E’ la nostra pesca miracolosa», dice don Aldo, che nel pomeriggio era seduto in una delle sue case protette per spiegare ancora una volta la guerra che combatte ogni giorno. «Abbiamo fatto anche una campagna pubblicitaria. Si chiama “Questo è il mio corpo”, perché il racket della prostituzione viola la dignità umana e i clienti sono complici. Quando sento parlare di ritorno alle Case Chiuse mi viene la pelle d’oca. È gente che dice le cose senza sapere niente. Assieme alle organizzazioni criminali dobbiamo punire i clienti». Tu sei un prete cattolico don Aldo, è ovvio che parli cosi. «Lo sono. Ma sono soprattutto una persona che cerca una risposta pratica. E guardo quello che succede nel resto del mondo». Cita i dati del Dutch Policy on Prostitution, osservatorio di Amsterdam: il 75% delle donne presenti nei bordelli olandesi e tedeschi è lì contro la propria volontà. «Non è un caso se Germania e Olanda sono in testa alle classifiche della tratta». E poi racconta i casi di Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Irlanda del Nord e Francia dove il «modello nordico» punisce anche il cliente con multe salate. «In Svezia la prostituzione è diminuita del 65%, in Norvegia del 60%. Anche l’opinione pubblica che prima vedeva la multa come una violazione delle libertà personali oggi ha cambiato idea. Noi in questi anni abbiamo accolto più di settemila ragazze. Ottocento in questa casa. Credi che ce ne fosse anche solo una che si vendesse per scelta? Ma non importa che tu creda a me. Importa che tu parli con loro». Loro, che in casa vivono come si fa nelle famiglie. Condividendo il cibo, le fatiche domestiche, i tentativi di rinascere, l’impossibilità di dimenticare.  

L’orecchio strappato  
Ci sono le ragazze nigeriane. E ci sono le ragazze dell’est. Nadia viene dalla Romania e porta i capelli legati in uno chignon che le lascia scoperte le orecchie. Uno gliel’hanno dovuto ricostruire. Il destro. «Me l’hanno strappato con una pinza». Ha gli occhi mobili, inquieti. Anche se deve raccontare un incubo che ha quasi dieci anni. Era appena diventata maggiorenne. «Due persone che allora consideravo amiche, anzi parenti, sono venute a casa e mi hanno detto: in Italia c’è l’opportunità di guadagnare. Pensavo di venire a fare la baby sitter. Mi hanno sbattuta in strada. Con violenza. Io mi prostituivo e loro mi controllavano. Un giorno non ce l’ho fatta più. Volevo smettere e loro mi hanno picchiata selvaggiamente. Con un bastone. Dopo avermi strappato l’orecchio con le pinze e i capelli a mani nude. Me li hanno portati via a ciocche». Le hanno bucato un polmone, rotto tre costole, spaccato le ginocchia. Ma quella sera stessa l’hanno costretta a tornare a vendersi. Le ferite alle ginocchia le hanno chiuse con del nastro adesivo. Era più morta che viva. Ma un cliente l’ha caricata ugualmente. È svenuta. A quel punto le sue compagne hanno chiamato la polizia. Quando l’hanno fatta uscire dalla macchina rantolava. All’ospedale i medici hanno detto solo: «Pochi minuti ancora e ci restava secca». Oggi anche lei va in giro per strada con don Aldo a parlare con le connazionali. E a farle ragionare è la più brava di tutti. «E’ una cosa che dà un senso alla mia vita. Ma se devo andare in giro in città per conto mio preferisco ancora di no». È bella e ferita. Si alza per preparare la cena.  

La storia di Ivana è diversa solo in qualche dettaglio. La mamma alcolizzata, la vita con la nonna, la promessa di un lavoro, le botte e le lacrime. «Mi ha portata in Italia un’amica d’infanzia. Mi facevano prostituire a Lido di Savio minacciando di ammazzare mia nonna. Ed è lì che un signore mi ha tolto dalla strada e mi ha fatto arrivare a Rimini». È costretta a portarsi dietro questa amarezza strisciante chissà fino a quando, ma giorno dopo giorno la sua vita prende una forma diversa.  

Sono le dieci di sera. Don Aldo è pronto alla partenza per Perugia. Ivana guarda Maleva. «Forza, che è ora di andare». E lo dice con un’ombra di tenerezza intorno alla bocca.  

La scelta di Maimuna  
Perugia è divisa in due zone. Da una parte le bianche, dall’altra le nere. Don Aldo si ferma prima dalle bianche, parla con loro, mentre i magnaccia gli accendono addosso i fari. Le ragazze dicono: «E’ uno squallore, ma dobbiamo pagare l’affitto, mantenere il bambino», sono turbate, sbrigative, tristi, ma nessuna di loro rifiuta il numero della Giovanni XXIII. «Chiamerai?». «Chi lo sa». La prossima settimana i volontari dell’associazione torneranno e, conoscendo in anticipo l’inarrivabile bellezza dei volti mai visti, se non troveranno loro parleranno con le colleghe. Intanto don Aldo sale a Pian di Massiano, la preghiera inizia, le nigeriane arrivano, e Maleva parla con Maimuna, che lì per lì si accontenterebbe banalmente di un luogo dove sia possibile sparire, ma che adesso pensa che forse esiste qualcosa di più. Don Aldo le dice ancora: «Dai vieni». Lei risponde d’istinto: «Va bene, portatemi via» con la voce sottile. Apre il cellulare, toglie la scheda che consente alla maman di controllarla. Due papponi la guardano male, ma c’è troppa gente per intervenire. Maleva le apre lo sportello. E prima di farla salire l’abbraccia. 

Referendum, Renzi manda tutti i ministri in tv: “Non avete ancora visto niente”


Entro ottobre le modifiche alla legge elettorale: “Via gli alibi”
ANSA
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi al termine del suo intervento ad un incontro sul referendum al Teatro Rossini di Pesaro

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Galvanizzato dal boom di telespettatori durante il match con Gustavo Zagrebelsky, persuaso di aver vinto, Matteo Renzi programma un’offensiva in grande stile. «La campagna deve ancora iniziare, non avete visto niente», ha confidato a un amico del Pd che lo ha seguito ieri a Pesaro.  

E sono proprio i duelli televisivi l’arma su cui il premier conta di più. Per questo sta personalmente convincendo tutti i big del Sì, a partire da Giorgio Napolitano, ad accettare di sedersi faccia a faccia con gli esponenti del No. E certamente si aspetta che a farlo siano i suoi ministri. Ai quali l’ordine è già arrivato nei giorni scorsi: «Tutti, tutti fuori, nessuno escluso». I generali in prima linea, insieme ai fanti. Ha già testato Gian Luca Galletti, è stato mandato in tv Carlo Calenda, è stato chiesto un impegno anche ad Angelino Alfano, allo stesso Pier Carlo Padoan, a Graziano Delrio, oltre ovviamente alla ministra Boschi. Una mobilitazione generale che tocca anche la vecchia guardia, personalità come Pierferdinando Casini e Luciano Violante, mentre continua il corteggiamento a sinistra verso Giuliano Pisapia e sul fronte destro si è stabilito un fronte comune con il gruppo di Marcello Pera e Giuliano Urbani, con professori e costituzionalisti di area popolare come Giovanni Guzzetta e Lorenzo Ornaghi.  

Se questa è la rete delle alleanze e la massa d’urto da schierare in battaglia, la prima mossa da cui partire, quella senza la quale tutto il resto rischia di essere inutile, è eliminare il problema della legge elettorale. «Dobbiamo togliere ogni alibi dal tavolo e concentrarci solo sul referendum», dice Renzi. Per questo il segretario del Pd ha deciso che entro ottobre, dunque prima del voto, verrà fuori nero su bianco la proposta di modifica della legge elettorale. Su quali binari correrà non è ancora stabilito nei dettagli, ma dopo aver molto resistito sembra che Renzi si sia convinto a sacrificare il ballottaggio per aprire a Berlusconi. Perché quelli della minoranza interna, i bersaniani, il segretario li dà per persi. Indisponibili, pregiudizialmente, a qualsiasi apertura dovesse arrivare: «Tanto a loro il presepe non piacerà mai». L’idea è quella di offrire alla discussione un ventaglio di proposte, proprio come fece quando si trattò due anni fa di cambiare il Porcellum e dal Nazareno partì un menù con 3 piatti: Mattarellum corretto, sistema spagnolo e il modello delle comunali.  

A dispetto dei mea culpa sulla personalizzazione, sull’eccesso di aspettative che ha creato mettendo la fine della sua carriera politica come posta sul tavolo, Renzi non ha invece alcuna intenzione di fare un passo indietro nella campagna. Tutto il contrario. Certo, i bersagli saranno scelti con cura, come con Smuraglia, Travaglio e Zagrebelsky. Perché l’obiettivo è convincere l’elettorato moderato ancora indeciso, non far cambiare idea ha chi è già per il No. Dunque scontrarsi con gli avversari storici del “Caimano” è utile per veicolare un messaggio preciso, per parlare all’elettore di Forza Italia seduto sul divano: occhio che i tuoi nemici adesso sono anche i miei, ti puoi fidare. Parte di questa Opa sul voto moderato è anche l’enfasi sul rischio che, votando No, non si favorisca il centrodestra, quanto piuttosto si contribuisca a gonfiare il vento in poppa ai grillini. 

Ma se Berlusconi, per ora defilato, nonostante tutto decidesse di scendere personalmente in campo a favore del No, Renzi ha in serbo anche per lui una sorpresa: lancerà in pubblico all’ex Cavaliere un guanto di sfida. Chiamandolo in tv per un faccia a faccia. Per la gioia del conduttore che si aggiudicherà l’evento. La stessa attenzione riservata agli elettori moderati sarà posta nei confronti dei più arrabbiati con la “casta”, anche se votanti per la Lega o i Cinquestelle. Da qui il taglio “populista” di certi slogan del Sì che promettono una mannaia sui costi della politica. Infine il partito. Finora è rimasto in ombra, Renzi ha puntato sui comitati per il Sì. Ma è in agenda una grande manifestazione con le bandiere del Pd in piazza del popolo a Roma per il 29 ottobre. Per gridare contro l’Europa dell’austerità. Tutte le mosse sono state pianificate. «La campagna deve ancora iniziare, fidatevi».

Evidentemente, no por que no, ¿Lo recuerda Sr. Sánchez?

Resultado de imagen de Pedro Sánchez ha llevado al Partido Socialista
Asolado y sin crédito a quedado ha quedado el PSOE  por  la que la insensata y suicida ambición de Pedro Sánchez ha llevado al Partido Socialista, por cierto con el apoyo de no pocos de los que ayer consiguieron derrotarlo, da idea mejor que sus fiascos electorales clamorosos y sus reiterados intentos de llegar a la Moncloa con el apoyo del independentismo sublevado la noticia de que la ejecutiva socialista solicitó a la delegación del Gobierno en Madrid que reforzase el dispositivo policial ante la sede de Ferraz para evitar los enfrentamientos que delante de ella pudieran producirse. ¿Enfrentamientos entre quién? La respuesta es tan estrafalaria como obvia: entre los socialistas partidarios de Sánchez y los que se oponían al ya dimitido secretario general. ¿Alguien da más?
Tras la pírrica victoria de los críticos en el cónclave de ayer (¡133 contra 107 votos!) puede ya vaticinarse que, en medio de gritos y gravísimos insultos que dejan una imagen desoladora del PSOE, ha acabado por consumarse una ruptura interna que no tiene más precedente que la que, a finales de 1935, en la fase ya crítica de la II República, vivieron los socialistas españoles.
La situación es de tal gravedad que el máximo órgano del PSOE entre dos Congresos federales se enfrentó durante horas sobre lo que allí debería discutirse y sobre quien podía votar.
Todo ha sido una astracanada, con intentos de sacar las urnas por sorpresa, acusaciones de pucherazo y recogida de firmas para censurar al secretario general.
Dispuesto a llevarse al PSOE por delante antes de presentar su más que justificada dimisión por dejar a su partido electoralmente hecho unos zorros, un Sánchez poseído por un afán de venganza imposible de saciar planteó el Comité Federal como un enfrentamiento entre los guardianes de las esencias socialistas y unos traidores que no son más que submarinos del PP disfrazados de militantes de la izquierda.
Nada nuevo: la historia de la izquierda y la del propio PSOE están plagadas de este discurso maniqueo de los buenos y los malos, los fieles y los renegados (Kaustky, el más celebre de todos), los puros y los desviacionistas.
Pues bien: a Sánchez le ha salido literalmente el tiro por la culata. Jugó al más desvergonzado populismo y ha sido derrotado. Una derrota que deja liquidado, veremos hasta cuando, a un partido fundamental para nuestra democracia.
Uno de los militantes socialistas presentes en la reunión Comité Federal resumía la crítica situación que vive el PSOE con una claridad y contundencia insuperables: «Estamos hechos trizas». Hacer trizas un partido es relativamente fácil: incluso alguien como Sánchez ha sido capaz de conseguirlo. Reconstruirlo una vez reducido a cenizas es, por el contrario, muy difícil y, en ciertas situaciones, imposible.

El PSOE está herido de muerte.

Esto se va a la mierda”. Hasta los socialistas más templados entonaban este lamento desde media tarde del sábado. A partir de esa hora ya fue imposible que las dos facciones enfrentadas en un choque de legitimidades mantuvieran la compostura y en la sala Ramón Rubial de la sede del PSOE —cuya entrada fue bloqueada de forma inédita a cal y canto para los periodistas— estalló un pandemónium de gritos, lágrimas y conatos de enfrentamiento físico en medio de un intercambio de acusaciones en el que proliferaron las expresiones de más grueso calibre entre quienes se presumen compañeros de un partido democrático: “pucherazo”, “sinvergüenzas”, “cobardes”

El que perdió el comité federal, Pedro Sánchez, ha perdido; la que ganó,Susana Díaz, que se puso abiertamente al frente de los críticos, también ha perdido porque no sale indemne de una guerra en la que tuvo que remangarse para acabar combatiendo en primera línea; y, al final, hay un gran derrotado, que es el PSOE, roto en dos pedazos (132 votos frente a 107 en la votación definitiva). Los vecinos de la calle de Ferraz, donde se celebró la cumbre que dio la puntilla al peor secretario general del partido, se despertaron este sábado con un escrache de socialistas contra socialistas y se fueron a la cama con el edificio del número 70 convertido en un tanatorio después de una jornada delirante y esperpéntica en la que la primera casa del pueblo de toda España fue la casa alucinada.
A media tarde, después de horas enredados en un tira y afloja de cuestiones procedimentales que comenzó a las nueve de la mañana, los miembros del tercer sector, “los estupefactos”, empezaron un goteo de abandonos de la cumbre socialista. El estallido se produjo cuando los sanchistas, tras conseguir que se votara su propuesta de primarias en octubre y congreso extraordinario en noviembre, escondieron la urna detrás de un panel sin nadie que controlara el censo de votantes ni el número de papeletas que cada uno introducía. Para entonces hacía horas que ya habían fracasado los intentos de algunos dirigentes alineados con Sánchez, como Patxi López o Meritxell Batet, de propiciar una solución de entendimiento.
El dirigente que se estrenó proclamando que sería “el secretario general de la unidad” desató, con su actitud de okupa, una guerra intestina que tendrá secuelas
Tras el episodio de la urna escondida, uno de los primeros en abandonar la reunión sin conocer su desenlace fue José Antonio Pérez Tapias, que en 2014 disputó la secretaría general a Pedro Sánchez y Eduardo Madina. “El partido está roto y no veo ninguna solución”, sentenció sin ocultar su desolación. No fue el único. Militantes con muchos trienios no pudieron contener las lágrimas, última válvula de desahogo para un profundo dolor. En el empeño de querer doblar el brazo del otro en un pulso de fuerza, las dos facciones enfrentadas se acabaron fracturando los brazos y dejando astillada y patas arriba la mesa compartida.
El día 1 de octubre de 2016 quedará registrado en los anales del socialismo español como la fecha en la que dos facciones se enfrentaron por el control del partido y la factura la pagó el PSOE (y sus votantes), condenado a renacer de sus cenizas en el mejor de los casos. Cada uno elige cómo quiere morir y los socialistas, arrastrados por un Sánchez decidido a “morir matando” sin importar las ruinas que deja detrás, se inclinaron por el suicidio colectivo. El partido que gobernó durante 21 de los 39 años de democracia, ha quedado herido de muerte para muchos años porque fracturas como las que se consumaron el sábado no se curan rápido ni fácil.

Simpatizantes de Pedro Sánchez hacen guardia en la puerta de la sede socialista. (Reuters)
Simpatizantes de Pedro Sánchez hacen guardia en la puerta de la sede socialista. (Reuters)
Lo saben bien los que conocen toda la trayectoria del PSOE, como el historiador Santos Juliá, que evocaba en 'El País' el antecedente de la ruptura protagonizada en diciembre de 1935 por Indalecio Prieto y Francisco Largo Caballero en una coyuntura en la que, como ahora, estaba en juego la gobernabilidad de España, en el peor momento de la II República. La escisión se propagó por toda las agrupaciones y alcanzó a la UGT, que por entonces era uña y carne con el PSOE.
Sánchez se estrenó en el cargo proclamando que sería “el secretario general de la unidad” y terminó actuando como un okupa, utilizando las peores tretas y añagazas que se imparten en la escuela del peor socialismo, la de las Juventudes Socialistas, donde se crían aquellos que aspiran a hacer de la política una profesión para toda la vida. Y Susana Díaz, que no puede hacer abstracción de su responsabilidad directa en la elección de Sánchez ni en algunas de sus desavenencias posteriores, se postula ahora para coser, pero se ha hartado de descoser. Y, para mayor dificultad, el nivel de enconamiento, que ha traspasado lo político para llegar a lo personal, entorpece sobremanera la lógica de que nadie mejor para restaurar la paz que alguien que no haya participado en la guerra.
La continuidad de Sánchez, al que no puso en el disparadero la dimisión de la mayoría de su ejecutiva sino seis derrotas electorales consecutivas, abocaba al PSOE a acabar con una representación parlamentaria de medio centenar de diputados. Pero la forma en que se ha desarrollado la guerra intestina y el contexto político resucitan el fantasma griego, porque el hundimiento del Pasok no comenzó con el abandono de sus votantes, sino cuando los alcaldes y cuadros del “no es no” empezaron a fugarse a Syriza, el Podemos griego.
Susana Díaz, que tuvo que remangarse en primera línea de combate, tampoco sale indemne de un proceso que resucita el fantasma griego
Pablo Iglesias, el que no fundó el PSOE, está al acecho para ponerle la lápida, con la inestimable ayuda de un Sánchez que ha podemizado el PSOE con un discurso falaz porque nadie ha puesto nunca en cuestión la celebración de las primarias; la democracia no se limita a “una persona, un voto”, sino que ha de incorporar también el respeto a unos procedimientos, unas reglas de juego y unas instancias de deliberación y control; y porque si los militantes socialistas pueden elegir a su secretario general por voto directo no es por mérito suyo, sino de quien las exigió en 2014: Eduardo Madina.

El PSOE controla el golpe de Estado de Pedro Sánchez

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"No, no me canso". Y no se cansó, no se cansó nunca y dio la batalla hasta el final, hasta la extenuación, hasta llevar a su partido al borde de la ruptura total. Tal vez por su pasado de hombre hecho a sí mismo, criado en la fontanería del partido, tal vez por su carácter de político en segunda fila que llegó a la cumbre catapultado rápidamente, tal vez porque tuvo que dar codazos contra Susana Díaz y casi contra todos casi desde el primer minuto para intentar reforzarse como líder. Pero Pedro Sánchez aguantó, resistió, se atrincheró cuanto pudo en su sillón de Ferraz, hasta que no tuvo más remedio que dimitir, tumbado por sus compañeros del comité federal con un margen de 25 votos. Lo hizo, eso sí, tras una histórica, crispada, larguísima y agotadora jornada de forcejeos, gritos, llantos, tensión, muchísima tensión (dentro y fuera). Un día a ratos esperpéntico, dramático, circense, letal y hasta vergonzoso para el PSOE, un partido centenario ahora en ruinas tras la barbarie de una guerra fratricida que ni mucho menos se resuelve con la dimisión forzosa de Sánchez como su secretario general. Se cerraba un ciclo de 26 meses en el poder y se abre ahora una travesía dificilísima en el desierto.
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El PSOE sabía que se enfrentaba al comité federal más decisivo en muchos años. Como Sánchez sabía que el 1 de octubre podía salvarse, una vez más, haciendo alarde de su enorme resiliencia, o ser ejecutado por sus críticos, que venían dándole caza desde hacía semanas y que querían firmar ya su sentencia de muerte, sin más dilación. Y la suscribieron. Pero les costó sangre, sudor y lágrimas, como algunos reconocían al final de más de 14 horas de pugna en el máximo órgano del partido. Sánchez nunca fue un enemigo fácil a batir, y no lo fue tampoco el día en que sus rivales le tenían preparada la puerta de salida tras un rosario de encontronazos y desafíos. Menos aún con la calle de Ferraz tomada por un centenar de exaltados que chillaban intermitentemente "¡No es no!", "¡Pedro, Pedro, Pedro!", "¡Susana, PP, la misma mierda es!" o que vomitaban "¡Traidores!", "¡Sinvergüenzas!" o "¡Golpistas!" a los dirigentes que entraban o salían a pie de la sede federal, sin reparar en ocasiones en que algunos de ellos eran afines al secretario general, como la presidenta balear, Francina Armengol. La mayoría de barones tuvieron que entrar en coche y por el garaje, caso de Susana Díaz, Ximo Puig o Emiliano García-Page. 


La presión estaba dentro y fuera. Cuatro horas tardó en arrancar el comité. Al final, el líder dimitió tras perder la votación de su congreso por 132-107
Presión total en las calles y tensión en el interior del cuartel general socialista. El comité federal tardó cuatro horas en arrancar. Los casi 300 dirigentes —fueron 253 los finalmente acreditados— convocados afrontaban una reunión con todo por acordar. Absolutamente todo. Desde la mesa del órgano —aunque se mantuvo la composición: la sevillana Verónica Pérez como presidenta y los sanchistas Rodolfo Ares y Núria Marín— hasta el orden del día, quién podía votar y qué se votaba. Un embrollo jurídico y político que no se desenredó hasta que cerca de las ocho de la tarde, y tras encararse directamente con Susana Díaz, se pactó votar, de forma pública y por llamamiento, el congreso federal extraordinario que quería sacar adelante Sánchez. Y perdió, por 132 contra 107 votos. Entonces cavó su tumba y presentó su dimisión.
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Pero para que Sánchez tirara definitivamente la toalla tuvieron que pasar casi 12 horas de batalla campal y sin tregua, interrumpida por una sucesión de recesos cortos y largos. Primero, antes de que pudiera arrancar el comité, tuvo lugar la refriega sobre el orden del día y el censo de votación. Los críticos consideraban que no se podía aceptar la agenda aprobada por la ejecutiva "en funciones" el pasado jueves, porque ya estaba disuelta desde la renuncia, el miércoles, de 17 miembros de la dirección. Por eso mismo, insistían en que no tenían derecho a voto los 18 integrantes del equipo de Sánchez, igual que los 17 dimisionarios. Además, los díscolos se negaban al sufragio secreto en urna, y alegaban que este se reserva para las votaciones de candidaturas, y que para las decisiones políticas siempre se alza la mano.
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La mesa intentaba discutir cómo salir del lío, entre fuertes discusiones entre Pérez, por un lado, y Ares y Marín por otro. Entretanto, algunos dirigentes cercanos al secretario general, pero más partidarios de tender puentes, como Antonio Hernando, Óscar López, Meritxell Batet y Patxi López, intentaban buscar una solución dialogada para que el comité no se desbordara. Pero no hubo forma de desbloquear la situación. Los críticos sostenían que solo mediante un acuerdo político se podía salvar el cisma. El plenario se reanudó y Sánchez propuso readmitir a los 17 dimisionarios, disolver el comité y montar otra reunión de carácter político para la siguiente semana en la que se discutiese sobre la investidura. De nuevo, la cuestión de la abstención al PP, que quería endosar a los barones y que, tras la lucha cainita de esta última semana, emerge casi como única salida. El presidente aragonés, Javier Lambán, rechazó la oferta de Sánchez, recordándole que él ya no era secretario general. 150 miembros de comité se abalanzaron a pedir la palabra cuando se abriera el turno.

La gran parte del debate se centró en cuestiones de procedimiento, sobre el censo de votación y sobre el orden del día. A Díaz le tocó fajarse a fondo
Entonces el caos puertas adentro de Ferraz —con los medios apostados a las puertas, y sin poder acceder a la sede hasta las nueve de la noche, un incomprensible cierre a cal y canto— se fue agigantando. Susana Díazdefendió, como también había hecho Verónica Pérez, que se votase el informe redactado por tres miembros de la comisión de garantías que apostaba por la conformación de una gestora. Un empeño que tenía detrás asestar la primera puñalada a Sánchez demostrando una mayoría de la que los disidentes estaban seguros. Pero los oficialistas no se rindieron.
TapResultado de imagen de golpe de Estado de Pedro Sánchezias: un partido "roto"

Hacia las seis de la tarde, la guerra estalló con total brutalidad. Los sanchistas decidieron que se votara sobre el congreso extraordinario, pero en voto secreto, en urna, contra el criterio de Pérez, de la que no se pudieron oír sus quejas porque la organización le había bajado pertinentemente el audio. Sánchez y algunos de los suyos se levantaron para emitir su sufragio en una urna situada detrás del panel, escondida, sin censo y sin interventores. La protesta creció y creció. Sin medida. Se sucedieron los gritos de "¡sinvergüenzas!", "¡pucherazo!", los llantos, los gestos de algunos que estuvieron cerca de llegar a las manos, los gritos de cólera. La tangana. Nunca se había visto una cosa igual. Díaz tomó la palabra para intentar atemperar los ánimos, pedir a Sánchez que se replegara y demandar "un comité de verdad". Volvía así a ponerse al frente de los detractores del líder, en una intervención que distintos presentes aplaudieron por el tono.
La máxima tensión llegó cuando los sanchistas pusieron una urna 'escondida' detrás del escenario. Las protestas, los chillidos, los lloros se multiplicaron
"Casi ha habido puñetazos, gente llorando y la ejecutiva en funciones desaparecida", manifestaba con dolor un miembro del comité. A esa hora salía de la sede José Antonio Pérez Tapias, representante de Izquierda Socialista y rival de Sánchez y de Eduardo Madina en las primarias de 2014. Decretaba que el partido estaba "roto", que se marchaba abochornado por el esperpento, que no quería saber nada más y que no podía legitimar la maniobra de Sánchez.
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La votación hubo de paralizarse. Los críticos, mientras, se pusieron a recoger firmas para presentar una moción de censura contra la dirección y forzar su caída, por las malas. Necesitaban el apoyo del 20% de los miembros del comité. Recabaron 129 rúbricas de los 253 delegados acreditados. Por encima de la mayoría absoluta. La primera prueba de que, tal y como venían advirtiendo, los números sí daban a los adversarios del secretario general. Sánchez, en un último intento por sobrevivir, planteó a Díaz una solución negociada, similar a la que siguió a la dimisión de Joaquín Almunia tras el batacazo de las generales de 2000: él ponía su cabeza a cambio de que se pactara la fecha del congreso. La presidenta andaluza se negó: alegó que la moción de censura estaba en marcha y ya era tarde para vías intermedias.

La guerra solo podía resolverse votando a cara de perro. Jugársela a una sola carta. A vida o muerte. Resolver la parálisis y el caos de alguna manera antes de ir a los tribunales o abocar al PSOE a la escisión. Tras el enésimo receso, el primer acuerdo en 11 horas: votar de forma pública, y por llamamiento, el cónclave extraordinario que quería Sánchez. Los críticos, que según su versión estaban "deseando" poder tumbarle con los sufragios, accedieron.
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"Lo importante es mantener la palabra"
A las 20.10, fin del escrutinio: 132 votos contra el cónclave y 107 a favor. 25 votos de diferencia. Que podían haber sido más de no haber votado los miembros de la ejecutiva en funciones. Sánchez, que el viernes había dejado caer que se iría si se montaba gestora y se conducía al partido a la abstención —siempre jugó a ligar ambos—, no tenía ya más escapatoria. De inmediato presentó su dimisión ante sus compañeros. Su última escapada había fracasado.
Sánchez se despide "orgulloso de militar en el PSOE" y ofrece "apoyo leal" a la gestora. No despeja si dejará su escaño y si repetirá como candidato en primarias
Sánchez explicó que había defendido con uñas y dientes su propuesta por el "cuestionamiento" de su liderazgo, y también porque creía que el PSOE estaba obligado a ofrecer una "alternativa", y el cónclave era el escenario idóneo para ventilar ambos temas, y que la militancia decidiese. Pero recibió el revés definitivo: "Dije ayer [por el viernes] y subrayo hoy que mis padres me enseñaron que lo más importante es mantener la palabra", señaló después ante los medios en una comparecencia sin preguntas  y en la que se le veía frío pero noqueado. Se despidió "orgulloso de militar en el PSOE" y haciendo de nuevo un "llamamiento" a las bases para decirles que "hoy más que nunca está justificado" estar en las filas del partido.
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Prometió que la gestora contará con su "apoyo leal", con el respaldo que "siempre" pidió y que "afortunadamente" tuvo en "muchísimas ocasiones" en sus poco más de dos años al frente del partido. No despejó si dejará su escaño en el Congreso, o si se presentará de nuevo a las primarias (aunque luego le confesó que sí al presidente cántabro, según confesó este en 'La Sexta noche'). Así caía el segundo líder socialista en menos de cinco años: Sánchez vivió menos que su antecesor, Alfredo Pérez Rubalcaba (febrero de 2012-julio de 2014).
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La delirante y bochornosa jornada vivida en Ferraz deja demasiados lisiados de guerra y también algunas preguntas. Como por qué no se forzó la votación en un principio para parar cuanto antes el vodevil y el desgarro. Los críticos explicaban que no esperaban que Sánchez aguantara tantos embates, que cedería, consciente de que tenían la mayoría del comité en contra, que de haberlo sabido se habrían replanteado su estrategia y quizá habrían intentado componer una mesa del órgano más afín para evitar las discusiones de Pérez y Ares. Los sanchistas, por su parte, comentaban desde por la mañana que si sus rivales no habían querido medirse desde las nueve, cuando teóricamente arrancaba la 'cumbre', se debía a que en realidad no tenían los votos tan amarrados. Pero la tónica general fue la del silencio de los colaboradores del secretario general frente a la irritación creciente de los críticos, Cuando la tensión llegó a su punto álgido, cuando los oficialistas se dirigieron a una urna casi "escondida" en la sala Ramón Rubial y se sucedieron los gritos, se convencieron de que había que fulminar definitivamente al líder. Apuntillarle. Para entonces, incluso dirigentes que habían sido de su cuerda hasta hace muy poco tiempo, se habían dado la vuelta, caso del segoviano Juan Luis Gordo
Abandonado por casi todos
En los pasillos de la sede se veían a dirigentes desencajados, con el dolor y la pesadumbre grabado en sus rostros, con las lágrimas queriendo asomarse. Algunos se abrazaban, otros preferían no hablar.
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Sánchez se va y deja un partido hecho añicos. Débil electoralmente, tras seis derrotas electorales consecutivas —las últimas, las de las gallegas y vascas del 25-S—, y roto, muy roto. Los suyos sostenían que no tenían más remedio que intentar doblar elbrazo a los barones, acabar con el cúmulo de "deslealtades" y zancadillas de los dos últimos años, hacer oír una "única voz", y por eso la única salida que le dejaban era la defensa del congreso exprés. Pero los suyos eran cada vez menos. Sánchez había perdido primero el apoyo de su patrocinadora, Susana Díaz, y con ella de sus barones más afines (Emiliano García-Page, Ximo Puig, Javier Lambán), luego perdió el respaldo de los notables que le ayudaron en su camino hacia Ferraz —José Luis Rodríguez Zapatero, Pepe Blanco, Pepe Bono...—, y más tarde perdió a los dos barones que en 2014 prefirieron a Eduardo Madina y se realinearon tras el congreso con él, Guillermo Fernández Vara y Javier Fernández. Y luego defraudó a su protector, Felipe González, y le abandonó la mitad de su ejecutiva.
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Sánchez activó el congreso exprés como única salida para tapar el ruido interno. Pero en sus 26 meses de mandato había perdido muchos respaldos
Le quedaba parte de su ejecutiva (César Luena, Antonio Hernando, Óscar López, Adriana Lastra, María González Veracruz, Ibán García del Blanco, Susana Sumelzo, Pilar Lucio), sus colaboradores fieles, sus barones leales como Miquel Iceta, Luis Tudanca o Francina Armengol. La militancia a la que tanto apeló. Su sueño inalcanzable de convertirse en presidente del Gobierno. Pero ya no era suficiente. Tenía a la dirigencia en contra, la que creía que conducía al PSOE al abismo si seguía un minuto más en el poder, la que comenzaba a preocuparse por su "patológico afán de supervivencia", y la que estaba convencida de que con él al frente el PSOE se hundiría más electoralmente. La que finalmente ha frenado su enésima cabalgada para salir vivo del cerco de sus cada vez más numerosos rivales internos. Los barones le han ganado y han logrado echarle de Ferraz, no sin traumas ni sin heridas profundas que costará mucho zurcir.
Una gestora sin sanchistas de peso
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El ex secretario general, en cuanto dimitió, compareció brevemente a los periodistas, sin ocasión de que le pudieran preguntar, y se marchó en coche de la sede. Algunos de sus dirigentes de confianza le mostraron su apoyo incondicional. "Ahora es imprescindible que los militantes socialistas sigan opinando y que cuando tengan voz y voto, lo ejerzan. Yo apoyaré a Pedro siempre", escribió en Twitter su número dos, César Luena, hasta ahora su secretario de Organización.

Miquel Iceta, primer secretario del PSC, subrayó que la decisión del comité es "equivocada" por cuanto "merecía la pena" que Pedro Sánchez intentara un Gobierno alternativo, y recordó que el máximo órgano entre congresos no ha revertido el no al PP. Y la asturiana Adriana Lastra, ya exresponsable de Política Municipal, pidió al presidente de la gestora, Javier Fernández, "responsabilidad y altura de miras" para "saber escuchar a todo el partido". Lastra está muy enfrentada al presidente del Principado.
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Hasta la 1.15 de la madrugada del domingo no concluyó un comité federal que había sido convocado a las nueve de la mañana del día anterior. 16 horas de debate, aunque no continuas. Después de que los barones encumbraran a Javier Fernández como líder de la comisión política que gobernará interinamente el PSOE -su perfil es muy respetado por todos los sectores del partido- y pactaran los demás nombres, intentaron acordar con los sanchistas. No se sumaron dirigentes del núcleo duro de Pedro Sánchez, ni de perfil más conciliador, en parte porque algunos no quisieron, como el vasco Patxi López. Otros notables como la eurodiputada Elena Valenciano, ex número dos del PSOE, rechazaron la silla.
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La gestora se compone de diez personas. A Fernández le acompañan dos andaluces (Mario Jiménez, el portavoz parlamentario en la Cámara autonómica, y María Jesús Serrano, diputada por Córdoba y exconsejera), dos extremeñas (Ascensión Godoy, la secretaria de Organización regional y mano derecha de Guillermo Fernández Vara, y Soraya Vega, líder autonómica de Juventudes), un valenciano (José Muñoz Lladró, secretario regional de Juventudes y portavoz adjunto en Les Corts), y una canaria, Lola Padrón, por parte de las federaciones críticas

Del cupo de los territorios afines a Sánchez son el diputado nacional Ricardo Cortés (Cantabria), el senador y expresidente Francesc Antich (Baleares), el secretario de Organización de César Luena en La Rioja, Paco Ocón, y el miembro que designe el PSC cuando haya concluido el proceso congresual. En total, 11 nombres, 10 elegidos por ahora, seis hombres y cuatro mujeres. Nueve federaciones se quedan fuera, entre ellas, Madrid, Aragón, Castilla-La Mancha o Castilla y León.


La gestora trabajará hasta el siguiente congreso, que no se prevé hasta la primavera de 2017. Siempre después de que se haya resuelto la gobernabilidad de España