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miércoles, 11 de mayo de 2016

Caterina Murino; Il “mal d’Africa”

È un amore che dura da tanto, quello di Caterina Murino per l’Africa, dove si è recata tante volte come testimonial di Amref per conoscere gli abitanti di villaggi poveri e dimenticati. «Loro sono straordinari, estremamente calorosi, soprattutto i bambini che giocano con te senza pretendere nulla in cambio – ha raccontato l’attrice a Vanity Fair -. Hanno una forza pazzesca, nonostante la loro sia un'esistenza e non una vita. Perché la vita la programmi, l’esistenza non si può nemmeno immaginare».
Fu lei, nel 2006, a prendere l’iniziativa di bussare alla porta dell’organizzazione, che si occupa di salute e sviluppo in Africa dagli anni Cinquanta. «Volevo donare e rendermi utile. Poco dopo mi proposero il ruolo di “ambasciatrice”, e quando chiesi cosa volesse dire, mi dissero: “Non puoi imparare un copione come al solito, devi venire in Africa e vedrai con i tuoi occhi in cosa consiste"».
«Amref non lavora sull’urgenza, ma s’impegna a promuovere quei diritti che definiscono un essere umano: la salute e l'educazione – prosegue -. Senza uno dei due non può esserci dignità. E viaggio dopo viaggio, ho visto l'educazione dei bambini cambiare, stanno iniziando a capire che ce la possono fare».
Il primo viaggio fu per lei il più doloroso: «Vedere certe cose, sapere che poi tu te ne vai e torni alla tua vita, mentre per quelle persone quella è la normalità, è una cosa impossibile da accettare. Ti chiedi come sia possibile che al mondo vivano così tante persone in quel modo lì».
Con il suo coinvolgimento personale Caterina è convinta di poter fare qualcosa: «È quasi una moda, soprattutto in America, avere dei personaggi famosi come “immagine” di organizzazioni benefiche, ma se serve comunque a raccogliere fondi, che problema c’è? – domanda -. Io personalmente ogni volta che rappresento Amref evito di promuovere me stessa. Non ti dirò mai, alla fine di quest'intervista, che film sto girando o quale è in uscita. Oggi, il motivo è più importante. Quella terra merita una dignità».
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